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ARGANESE: CRISI ECONOMICA LOCALE, DAL PARTITO DEMOCRATICO ALCUNE PROPOSTE PER LA SOLUZIONE

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In questi giorni è ricorrente
l’utilizzo, anche da parte di consiglieri del nostro Comune, del temine “Keynesiano” per definire le modalità
attraverso il quale i governi di tutto il mondo stanno tentando di contenere
l’impatto della crisi finanziaria sull’economia e di uscirne.

A dire il vero questo vocabolo era
stato dimenticato, negli scorsi anni, e non sarebbe più attuale.

Dai miei studi e ricerche economiche
ricordo che il principale ragionamento di Keynes, ben 70 anni fa, si fondava
sul fatto che in una crisi nella quale cittadini e imprese siano nel panico e
tendano a limitare la spesa, l’unica via d’uscita, per evitare una depressione
derivante da mancanza di domanda, è che lo Stato si sostituisca ai privati,
aumentando la spesa pubblica. Però con
tale asserzione Keynes criticava la teoria classica dell’economia che vedeva
all’interno del mercato dei meccanismi autonomi ed endogeni che potessero
consentire il ritorno all’equilibrio tra domanda e offerta di beni e di lavoro.

Pertanto si inflaziona, a volte anche
inopportunamente, il vocabolo.

Per fare un discorso serio, però, si
devono capire i motivi che hanno
condotto il nostro sistema economico alla crisi attuale
. Solo così potremo
valutare se, per proteggerci, serva un aumento della spesa pubblica, anche arrivando al paradosso keynesiano di
far “scavare buche e poi farle riempire ai disoccupati”,
come
qualche consigliere comunale asserisce, con un intervento massiccio del
Pubblico nell’economia oppure se si debba lasciare il mercato a se stesso oppure
cercare di regolamentarlo in modo serio con interventi pubblici efficienti ed
efficaci.

La crisi attuale,
dalla analisi dei dati macroeconomici, affonda le sue radici in un eccesso di investimenti, in una
sovrapproduzione di mezzi di produzione e prodotti rispetto al saggio di
profitto aspettato dagli imprenditori
. Pertanto, l’aumento di liquidità
generato, anziché in nuovi investimenti e nuova occupazione, si è tradotta in speculazione finanziaria ed immobiliare,
al limite, in ristrutturazioni e delocalizzazioni che hanno ridotto  addetti e salari con la compressione dei
consumi e la capacità di restituire i debiti privati contratti.

La ricetta di Keynes invita, nei casi
di crisi della domanda, di ricorrere al cosiddetto “deficit spending”. In pratica lo stato sostiene l’economia
indebitandosi con l’emissione di titoli di debito pubblico. Negli anni ’30,
anche se in maniera non entusiasmante, aveva funzionato. Ma non è detto che
funzionerà nel contesto attuale a
distanza di ben 70 anni
!! Infatti dobbiamo tener conto dell’enorme livello
dell’indebitamento pubblico nei paesi sviluppati ed a questo dobbiamo, anche,
sommare quello privato. Inoltre, a differenza del periodo della Grande
Depressione del ‘29, i processi di globalizzazione
hanno determinato la totale apertura delle frontiere ai flussi finanziari
ed economici. Questo comporta, oggi, una diversa possibilità per gli stati di
reperire risorse (ad esempio un titolo di debito tedesco è più appetibile che
quello francese) e, soprattutto, la incertezza
che queste risorse portino sviluppo e rilancio della propria economia o
territorio che non a vantaggio di altri territori.

Ecco perché in questa crisi le ricette
Keynesiane potrebbero non essere risolutive.

Al riguardo vogliamo definitivamente
togliere il dubbio a qualcuno ed evidenziare che il “deficit spending”, ossia
indebitarsi per compiere delle opere pubbliche, significa, sia a livello
nazionale che locale, maggiore indebitamento e in definitiva più tasse per i cittadini attuali e futuri.

Riteniamo che certamente lo Stato e gli
Enti Locali debbano intervenire da supporto alla economia ma non nella
direzione dello “Spendere per spendere”, come qualcuno argomentava a livello
locale, quale sistema per dare uno
stipendio a qualcuno (anche per non fare niente !!!! ) ed anche se non fosse di
Cassano
, sostenendo la tesi illogica, che nessun economista potrebbe
supportare, che tanto in recessione qualunque spesa aumenta la domanda e
sostiene l’economia.

Questa è una ricetta fallimentare.

Riteniamo invece che adesso sia il
momento di spendere somme pubbliche per colmare delle importanti carenze nei servizi pubblici, dalla sanità,
all’istruzione, ecc.. Pertanto interventi fiscali il più possibile limitati a
migliorare quei servizi pubblici che davvero siano carenti in un territorio.
Interventi tesi a sostenere in primis le fasce
più deboli della cittadinanza
.

Tagli fiscali a
famiglie e imprese sono interventi di gran lunga più efficienti che quelli tesi
a “spendere per spendere” giusto per dare lo stipendio a qualcuno che in
termini pratici significa “sperpero del
denaro pubblico”.

 

Rimaniamo un attimo
perplessi su quanti intendono con il denaro pubblico stimolare i consumi
privati oppure spendere denaro pubblico in opere soltanto per dare uno
stipendio a “qualcuno”, i quali secondo Keynes, contribuiscono a far crescere
l’occupazione. Infatti questo stimolo è efficace solo se aumenta la domanda
verso le imprese nazionali o locali (che aumentano la produzione e quindi
l’occupazione), ma non se questa si rivolge all’estero o al di fuori del
proprio territorio, come accade in un’economia aperta.

A nostro parere
pertanto ritengo che l’azione del “pubblico”, anche per gli enti locali,
dovrebbe essere rivolto:

  alle fasce
più deboli
che in questo momento seriamente non riescono ad affrontare la
“crisi”;

– ad investire nei servizi pubblici che possano sostenere,
indirettamente, le famiglie;

– a sostenere il territorio locale con apposite azioni
di marketing territoriale rivolte, anche, ad attrarre investimenti da altri
territori (nuove imprese, rilancio serio del turismo, ecc.ecc.).  
– allo stimolo dell’investimento privato
(attraverso la leva fiscale, ed incentivi rivolti a nuove imprese, a nuove
assunzioni, a nuove idee, ecc). Infatti occorre sollecitare il dinamismo
imprenditoriale ed in particolar modo all’innovativa da cui dipende una
crescita economica intensa e duratura.  

 

Bisogna, quindi, pensare ad un nuovo ruolo, sociale e
pubblico, dello Stato e degli enti locali
. Uno Stato ed un ente che
democraticamente organizzi e pianifichi l’attività economica, in modo da
determinare una nuova redistribuzione del reddito ed una gestione razionale e
senza sprechi delle risorse umane e della natura. Uno stato ed un ente locale
che investa in “spazi” o “opportunità” non ancora del tutto utilizzate che
possono essere volano di un nuovo sviluppo.

Concordiamo in pieno su alcuni
economisti che ci hanno lasciato in eredità l’idea che “non esistono pasti gratuiti”, cioè che le risorse sono limitate e
per ottenere un obiettivo bisogna sacrificarne un altro. “In depressione – dice
l’economista Premio Nobel Krugman – esistono i pasti gratis, se solo riusciamo
a procurarceli, perché ci sono vaste risorse inutilizzate che possono essere
rimesse al lavoro. La vera scarsità
ai tempi di Keynes come ai nostri – non
è nelle risorse ma nella nostra comprensione
”. 

Permetteteci di evidenziare che tale frase è più attuale di quella
keynesiana secondo la quale dobbiamo “far scavare buche e poi farle riempire ai
disoccupati”.

 

Dott.
Quirico Arganese

 

Partito
Democratico – Gruppo di lavoro “economia e sviluppo”

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