DEDICATO A PLATONE IL LICEO CLASSICO DI CASSANO. CERIMONIA CON IL RETTORE PETROCELLI

scuola: i cassanesi avranno la possibilità di farlo sabato 4 aprile alle ore 17.00 quando sarà dedicato al filosofo
greco Platone l’area del Liceo cassanese che prenderà appunto la denominazione
di “Liceo Classico Platone” di Cassano delle Murge.
Padrino dell’occasione sarà il Magnifico Rettore dell’Università
degli Studi “Aldo Moro” di Bari, il prof. Corrado
Petrocelli che interverrà alla cerimonia assieme a Giuseppe Mastromarco, Ordinario di Letteratura
Greca dell’Università di Bari.
Un traguardo prestigioso, dunque, che aumenta l’offerta
formativa del nostro paese, grazie all’oscuro e silenzioso lavoro dell’intero
corpo docente guidato dalla Preside dell’Istituto, Tina Gesmundo che in due anni di presenza a Cassano è riuscita a “smuovere”
in maniera determinante le tranquille acque liceali, raggiungendo ambiziosi
quanto importanti risultati.
Per chi non ricordasse o non sapesse chi è stato Platone e
il suo valore nella storia della cultura, eccone un “breve” profilo tratto dalla
enciclopedia on-line Wikipedia.
Platone
(in greco
??????, Plàton) (Atene, 427 a.C. – Atene, 347 a.C.) è stato un filosofo greco
antico. Assieme al suo maestro Socrate ed al suo
allievo Aristotele
ha aiutato a porre le fondamenta della storia della filosofia occidentale.
Nacque
ad Atene da genitori aristocratici, Aristone, che gli impose il nome del nonno,
Aristocle, e Perittione, la quale, secondo Diogene
Laerzio (Vite, III, 1, 1), discendeva da Solone. La sua data
di nascita viene fissata da Apollodoro di Atene, nella sua Cronologia,
all’ottantottesima Olimpiade, nel settimo giorno del mese di Targellione,
ossia alla fine di maggio del 428 a.C. Ebbe due fratelli, Adimanto e Glaucone,
citati nella sua Repubblica, e una sorella, Potone, madre di Speusippo,
futuro allievo e successore, alla sua morte, alla direzione dell’Accademia di Atene.
Fu
un altro Aristone, un lottatore di Argo,
suo maestro di ginnastica, a chiamarlo Platone, (da platos, ampio)
date le ampie spalle; altri danno del nome un’altra derivazione, come
l’ampiezza della fronte o la maestà dello stile letterario. Diogene Laerzio,
riferendosi ad Apuleio
(Platone e la sua dottrina, I, 2), a Olimpiodoro
(Vita di Platone, 2, 3) e a Eliano
(Storia varia, II, 30), informa che avrebbe coltivato la pittura e la poesia, scrivendo ditirambi, liriche
e tragedie,
che avrebbero avuto in seguito, insieme ai mimi, un’ importanza fondamentale
per la scrittura dei suoi dialoghi.
Avrebbe
partecipato a tre spedizioni militari, durante la guerra del Peloponneso, a Tanagra, a Corinto e a Delio, dal 409 a.C. al 407 a.C.,
anno in cui, conosciuto Socrate, avrebbe distrutto tutte le sue composizioni poetiche
per dedicarsi completamente alla filosofia. Dopo la parentesi del governo,
oligarchico e filo-spartano,
dei Trenta
tiranni, del quale fece parte suo zio Crizia, il nuovo
governo democratico accusò di empietà e di corruzione dei giovani Socrate,
condannandolo a morte nel 399 a.C. – alla cui esecuzione Platone non assistette
perché malato.
Frequentò
allora l’eracliteo Cratilo e il parmenideo Ermogene, ma non è certo se la
notizia sia reale o se voglia giustificare la sua successiva dottrina,
influenzata sotto diversi aspetti dal pensiero dei suoi due grandi
predecessori, Eraclito
e Parmenide,
da lui considerati gli autentici fondatori della filosofia. Sempre verso il 399
a.C. sarebbe andato a Megara insieme con altri allievi di Socrate, poi a Cirene,
frequentando il matematico Teodoro di Cirene e ancora in
Italia, dai pitagorici
Filolao ed Eurito. Di qui, si sarebbe
recato in Egitto,
dove i sacerdoti l’avrebbero guarito da una malattia. Ma la fondatezza della
notizia di questi viaggi è molto dubbia.
Certo
è invece che Platone sia stato a Siracusa, intorno al 388 a.C.,
governata da Dionigi I, dove strinse amicizia col cognato
del tiranno, Dione, che guardò con favore ai programmi
politici di Platone. Ma opposto fu l’atteggiamento di Dionigi, che costrinse
Platone ad abbandonare Siracusa per Atene; fatto sbarcare nell’isola di Egina,
nemica di Atene, vi venne fatto prigioniero e reso schiavo; per sua fortuna, il
socratico Anniceride di Cirene lo riscattò. Ma anche
quest’episodio, narrato con varianti da Diogene Larzio (Vite, III, 19,
20), è molto dubbio.
A partire dal 395 a.C.
dovrebbe aver iniziato a scrivere i primi dialoghi, nei quali affronta il
problema culturale rappresentato dalla figura di Socrate e la funzione dei
sofisti: nascono così, in un possibile ordine cronologico, l’ Apologia
(il suo primo dialogo), il Critone, in cui Socrate discute la
legittimità delle leggi, lo Ione, parodia ironica di poeti, l’ Eutifrone,
il Carmide, il Lachete, il Liside, l’ Alcibiade I,
l’ Alcibiade II (queste due attribuzioni a Platone sono tuttavia
discusse), l’ Ippia Maggiore, l’ Ippia Minore, il Trasimaco
(che confluirà nella Repubblica come primo libro), il Menesseno,
il Protagora e il Gorgia.
La fondazione dell’Accademia
Nel
387 a.C. è
ad Atene; acquistato un parco dedicato ad Academo, vi fonda
una scuola che intitola Accademia in onore dell’eroe e la consacra ad Apollo e alle Muse. Sull’esempio
opposto a quello della scuola fondata da Isocrate nel 391 a.C. e
basata sull’insegnamento della retorica, la scuola di Platone ha le sue radici nella scienza e nel
metodo da quella derivato, la dialettica; per questo motivo, l’insegnamento si svolge
attraverso dibattiti, a cui partecipano gli stessi allievi, diretti da Platone
o dagli allievi più anziani, e conferenze tenute da illustri personaggi di
passaggio ad Atene.
In
vent’anni, dalla creazione dell’Accademia al 367 a.C.,
Platone scrive i dialoghi in cui si sforza di determinare le condizioni che
permettono la fondazione della scienza: tali sono il Clitofonte
(tuttavia di incerta attribuzione), il Menone, il Fedone, l’ Eutidemo,
il Convito, la Repubblica, il Cratilo e il Fedro.
Nel
367 a.C., poco prima dell’arrivo di Aristotele
nell’Accademia, Platone è a Siracusa, invitato da Dione che, con la morte di Dionigi il Vecchio e la successione al potere
di suo nipote Dionigi il Giovane, conta di poter attuare le
riforme impedite dal precedente tiranno. Ma i contrasti con Dionigi, che
sospetta nello zio intenzioni di ribellione, portano all’esilio di Dione:
Platone può tuttavia rimanere a Siracusa come consigliere di Dionigi e
coltivare i suoi progetti di trasformazione istituzionale dello Stato
siracusano.
Nel
365 a.C.
Siracusa è in guerra e Platone torna ad Atene, con la promessa di poter tornare
a Siracusa alla fine della guerra insieme con Dione. Ad Atene scrive il Parmenide,
il Teeteto, e il Sofista.
Nel
361 a.C.
Platone compie il suo terzo e ultimo viaggio in Sicilia. Non c’è però Dione,
verso il quale Dionigi manifesta un’aperta ostilità; i tentativi di Platone di
difendere l’amico portano alla rottura dei rapporti con il tiranno siracusano
che arriva a imprigionare il filosofo. Liberato grazie all’intervento di Archita, il
pitagorico tiranno di Taranto, amico di entrambi, nel 360 a.C. Platone
può ripartire per Atene; durante il viaggio sbarca a Olimpia per
incontrare per l’ultima volta Dione. Questi progettava una guerra contro
Dionigi, dalla quale Platone cercò invano di dissuaderlo: nel 357 a.C.
riuscirà a impadronirsi del potere a Siracusa ma vi sarà ucciso tre anni dopo.
Ad
Atene Platone scrisse le ultime opere, il Timeo, il Crizia, il Politico,
il Filebo e le Leggi. Morì nel 347 a.C. e la guida dell’Accademia
venne assunta dal nipote Speusippo. La scuola sopravviverà fino al 529 d.C., anno in cui
venne definitivamente chiusa da Giustiniano, in quanto scuola di libera
ricerca, incompatibile con l’imperante dogmatismo cristiano.
Opere
Di
Platone sono pervenute tutte le opere, che comprendono 34 dialoghi, 13 lettere
e un’opera scritta in forma non dialogica: "Apologia di Socrate".
Ordinamento in tetralogie
Il
grammatico Trasillo, nel I secolo
d.C., ordinò le opere platoniche in gruppi di quattro, seguendo una, peraltro,
poco persuasiva affinità di argomento; i dialoghi spuri sono indicati in
corsivo.
–
I. Eutifrone, Apologia di Socrate, Critone, Fedone – II. Cratilo, Teeteto, Sofista, Politico – III. Parmenide, Filebo, Simposio, Fedro
– IV. Alcibiade primo, Alcibiade secondo,
Ipparco, Amanti – V. Teage,
Carmide, Lachete, Liside – VI. Eutidemo, Protagora, Gorgia, Menone – VII. Ippia
maggiore, Ippia minore, Ione,
Menesseno – VIII. Clitofonte, La Repubblica, Timeo,
Crizia – IX. Minosse, Leggi,
Epinomide, Lettere
Altri
dialoghi spuri sono:
Assioco, Definizioni, Demodoco, Epigrammi, Erissia, Alcione, Sulla giustizia,
Sulla virtù, Sisifo
Una
diversa, e più antica classificazione risale ad Aristofane di Bisanzio (III
secolo a.C.), che ordinò le opere platoniche in cinque trilogie: – I.
Repubblica, Timeo, Crizia – II. Sofista, Politico, Cratilo – III. Leggi,
Minosse, Epinomide – IV. Teeteto, Eutifrone, Apologia di Socrate – V. Critone,
Fedone, Lettere
La filosofia di Platone
La genesi
dell’idealismo dal problema della giustizia
Quella
che in termini storici possiamo chiamare "filosofia platonica" –
ovvero il corpus di idee e di testi che definiscono la tradizione storica del
pensiero platonico – è sorta dalla riflessione sulla politica. Come
scrive Alexandre Koiré: "tutta
la vita filosofica di Platone è stata determinata da un avvenimento
eminentemente politico, la condanna a morte di Socrate".
Occorre
tuttavia distinguere la "riflessione sulla politica"
dall’"attività politica". Non è certo in quest’ultima accezione che
dobbiamo intendere la centralità della politica nel pensiero di Platone. Come
egli scrisse, in tarda età, nella Lettera VII
del suo epistolario, proprio la rinuncia alla politica attiva segna la scelta
per la filosofia, intesa però come impegno "civile". La riflessione
sulla politica diventa, in altre parole, riflessione sul concetto di giustizia,
e dalla riflessione su questo concetto sorge un’idea di filosofia intesa come
processo di crescita dell’Uomo come membro della polis.
Fin
dalle prime fasi di questa riflessione, appare chiaro che per il filosofo ateniese
risolvere il problema della giustizia significa affrontare il problema della conoscenza. Da qui
la necessità di intendere la genesi del "mondo delle idee" come
frutto di un impegno "politico" più complessivo e profondo.
La dottrina della conoscenza
La
dottrina della conoscenza messa a punto da Platone in vari dialoghi come il Menone, il Fedone, ed il Teeteto, deve
combattere, metaforicamente parlando, contro l’idea che la ricerca della
conoscenza sia impossibile. Questa tesi era stata sostenuta dagli eristi, i
quali basavano questo loro insegnamento sulla base di due assunti: 1) se non si
conosce ciò che si cerca, qualora lo si sia trovato, non lo si riconoscerà come
l’obiettivo da raggiungere; 2) se si conosce ciò di cui si è in cerca la
ricerca è inutile.
Tuttavia,
Platone ha ben presente la figura di Socrate, che
aveva fatto della ricerca la componente di base della filosofia vera e
propria. Per rendere possibile la ricerca socratica, Platone elabora la famosa
dottrina della reminiscenza, secondo la quale l’apprendere è un
ricordare (anàmnesis). Tale dottrina si rifà alla credenza religiosa
propria dell’orfismo
e del pitagorismo secondo la quale quando il corpo
muore, l’anima si reincarna in un altro corpo, poiché è immortale. Platone
sfrutta tale mito fondendolo con l’assunto fondamentale che esistano delle Idee
che hanno caratteristiche opposte agli enti fenomenici: sono incorruttibili,
ingenerate, eterne, non soggette a mutamento. Queste Idee albergano nell’iperuranio,
mondo soprasensibile e che è parzialmente visibile alle anime slegate dai loro
corpi.
Per
essere più chiari (come viene spiegato nel Fedro) le anime sono come
cocchi alati che procedono in schiere dietro ai carri degli dèi: in questa loro
processione riescono, più distintamente di altre, a scorgere le Idee che
appaiono attraverso uno squarcio tra le nuvole, diaframma obbligato tra il
mondo sensibile e quello soprasensibile. Quando queste anime precipitano nei
corpi, reincarnandosi, dimenticano la loro visione delle idee e, usando i
sensi, identificano la realtà col mondo sensibile. L’opera del filosofo
dialettico (la cui anima ha visto e conosciuto le idee meglio delle altre) è
quella di riportare all’anima la memoria del mondo delle idee, attraverso il dare
e ricevere discorso, dialogando con l’anima e persuadendola della verità.
Questa idea dell’apprendere come ricordare riconduce immediatamente alla cura
dell’anima professata da Socrate: la conoscenza è, di fatto, un conoscere
meglio se stessi, riportando alla luce dell’intelletto ciò che l’anima ha
dimenticato nel momento della reincarnazione.
Questa
dottrina è spesso, però, oggetto di fraintendimenti. Di fatto, come Platone
stesso suggerisce in numerosi passi, è impossibile recuperare completamente la
conoscenza del mondo delle Idee anche per il filosofo. La conoscenza perfetta
di queste è propria solo degli dèi, che le osservano sempre. La conoscenza
umana, nella sua forma migliore, è sempre filosofia, amore del sapere ed
inesausta ricerca della verità. Ciò suggerisce una frattura
"sofistica" all’interno del pensiero platonico: per quanto l’uomo si
sforzi il raggiungimento della verità è impossibile, perché confinata nel mondo
iperuranio
e dunque assolutamente inconoscibile. La parola, che è lo strumento utilizzato
dal filosofo dialettico per persuadere le anime della verità e dell’esistenza
delle idee, non rispecchia che parzialmente la realtà ultrasensibile, che è
irriproducibile e non è presentabile.
Per
fare un esempio, è come se un insegnante, che pure ha presente come è fatto un
triangolo, cercasse di spiegarlo ai suoi allievi senza poter loro esibire e
dunque far vedere un triangolo alla lavagna. Può forse persuadere gli alunni di
com’è fatto all’incirca un triangolo, ma la conoscenza degli alunni è comunque
lontana da coloro che sanno rappresentare correttamente un triangolo. La conoscenza
intuitiva, dunque, è inapplicabile al mondo delle idee, e ci si può basare, per
conoscere queste in modo meno confutabile possibile, sull’uso dei lògoi,
ossia dei discorsi che si fanno attorno a queste.
L’opera
di ricerca filosofica è un persuadere le anime (Fedone); Platone fa
esplicito riferimento alla metafora della seconda navigazione. Con questo
termine i greci indicavano la navigazione a remi, più faticosa di quella a vela
(prima navigazione) e utilizzata in caso di necessità (come la mancanza di
vento). La seconda navigazione è proprio l’uso dei lògoi, che pongono
una sostanziale differenza e frattura tra pensiero-parola e realtà. Platone,
ben lungi dall’essere il filosofo della scienza forte e dottrinaria che per
molti anni gli è stata erroneamente attribuita, ha scoperto, di fatto,
l’impossibilità di raggiungere una verità piena ed incontrovertibile.
L’uomo
giusto è, innanzitutto, cultore della vera scienza e della verità di tutte le
cose.
In questo senso, ogni tecnica particolare – che è il luogo della praxis – deve
essere fondata su una conoscenza teorica fondata universalmente – il luogo
della noesis. L’errore contro cui Platone combatte, rappresentato dalla cultura
sofista – consiste nel basare la conoscenza sulla sensazione – Teeteto -. Al
contrario, solo l’anima, e non i sensi, può conoscere l’aspetto
"vero" delle cose.
Il modo in cui l’anima esprime la sua facoltà conoscitiva è la reminiscenza
(anamnesis) [reminiscenza: nella filosofia platonica, è
specificatamente la teoria per cui la conoscenza consiste nel ricordo delle
idee contemplate dall’anima nell’iperuranio prima di incarnarsi nel corpo]. Conoscere
è ricordare: l’anima possiede in sé i concetti fondamentali che danno forma al
sapere – Menone
-. La più compiuta teoria della conoscenza (teoria della linea) è quella esposta nel dialogo
su La Repubblica.
Solo
la conoscenza intelligibile assicura un sapere vero e universale; affidarsi a
immaginazione e credenza significa confondere la verità con la sua immagine.
Il
concetto di Eros-philosophos e l’iper-uranio
Platone
spiega l’umano desiderio di conoscenza con il mito di Eros. Eros, dio greco
dell’amore e della forza, figlio di Poros e Penia, ossia di Espediente e Povertà; il filosofo con la stessa
forza di amore che lega due esseri umani, tende alla verità.
Si
desidera soltanto quello che non si ha, e l’uomo tende ad una conoscenza della
quale è in realtà povero. La ricerca di questa verità muove appunto dalla
consapevolezza socratica del sapere di non sapere.
Platone
aggiunge che l’uomo non desidererebbe con tanta forza questa verità se non
l’avesse mai vista, se non fosse certo che esiste. In questo senso, non solo si
desidera quella che non si ha, ma di più si può affermare: si desidera soltanto
quello che non si ha più, che si è perso.
Per
Platone vale il concetto di "kalokagathia"
(da "kalos", "kai", "agathos"), ossia bellezza e
bontà. Tutto ciò che è bello ("kalos") è anche vero e buono
("agathos"), e viceversa. Perciò, la bellezza delle idee che attira
l’amore intellettuale del filosofo, è anche il bene dell’uomo. Il fine della
vita umana diventa la visione delle idee e la contemplazione di Dio.
Tale
contemplazione non è perfetta nella dimensione degli enti, dominata dalla materia che è
non-essere. Perciò, oltre il vero ha valore anche il verisimile, che almeno si
avvicina il più possibile alla verità iper-uranica delle cose. Perciò ha valore
di conoscenza anche il mito che precede ed è una forma di conoscenza inferiore
alla filosofia, perché intuitiva, non necessaria né dimostrata. Pure le scienze
sono un sapere inferiore perché anche se necessarie e dimostrate, vivono di ipotesi. Classico
esempio è la costruzione dei teoremi di geometria (ipotesi e tesi), che Euclide raccolse
e sistematizzò secoli dopo, e che erano parte di una tradizione tramandata
oralmente.
Tuttavia,
in mancanza di una conoscenza migliore, anche il mito e la scienza hanno una
dignità per il filosofo che vuole contemplare le idee. L’unica forma di sapere
che il filosofo non può mai accettare è la "doxa", il mondo
dell’opinione.
Il
non-essere, osserva Platone, esiste solo in senso relativo (relativo agli enti)
e quindi può essere superato, ponendosi a vedere le idee al di sopra della
dimensione degli enti. Il non-essere "corrode" la bellezza originaria
delle idee iper-uraniche calate nella materia per dare forma alle cose, in un sinolo, un’unità di
materia e forma, come dirà Aristotele. Anche per Aristotele quest’unione viene
sciolta con la morte degli enti.
Da
ciò deriva il disprezzo di un filosofo platonico per il corpo: Platone più
volte nei dialoghi gioca con l’assonanza di parole "sèma"/"sòma",
ossia "tomba/corpo": il corpo come tomba dell’anima.
Da
questa separazione fra corpo e anima e dal concetto di Eros-Philosophos,
Platone rielabora secondo le sue teorie il concetto di trasmigrazione
dell’anima, che avrebbe visto la verità prima di incarnarsi nel corpo d’uomo e
dopo la morte si staccherebbe dal corpo per iniziare a vivere in un’altra
persona. La netta separazione fra un corpo finito e mortale, e l’anima eterna,
avrà forti conseguenze in filosofia. L’idea della pre-esistenza dell’anima al
corpo sarà aspramente criticata da Agostino di Ippona.
Questa
verità non è a portata di mano nella dimensione degli enti, ma richiede una
seconda navigazione al di là del sensibile. Le idee iperuraniche possono essere
colte soltanto dall’intelletto, che opera appunto nel mondo dell’intellegibile,
delle idee platoniche.
Platone
porta l’esempio delle figure geometriche, dei solidi platonici da lui stesso
scoperti e dei triangoli e cerchi. In natura non esiste un cerchio o un quadrato
perfetto, che pur ogni individuo conosce, calcolandone area e perimetro. Questa
capacità è dovuta al fatto che l’intelletto vede al di là sensibile un’idea di
cerchio e quadrato che non è nella realtà fuori di noi.
Iperuranio
in greco significa "al di là del cielo". Con il termine
"cielo" s’intendeva quella che al tempo era la frontiera del mondo
conosciuto: collocare le idee nell’iper-uranio significava porle in una
dimensione diversa da quella del sensibile.
La funzione del mito
Platone
reintroduce con la sua opera il mito, quale forma di conoscenza tradizionale
che, cronologicamente, precede di molto la filosofia. Platone afferma che non
tutte le scienze hanno l’esattezza della filosofia e non sempre è possibile una
conoscenza necessaria e incontrovertibile delle idee platoniche. Egli ha un
atteggiamento diversificato nei confronti del mito che ritiene vada
reinterpretato in quanto utile, anzi, necessario. Il mito va infatti inteso
come esposizione di un pensiero ancora nella forma di racconto, non quindi come
ragionamento puro e rigoroso. Esso ha una funzione allegorica e didascalica,
presenta cioè una serie di concetti attraverso immagini che facilitano il
significato di un discorso piuttosto complesso, cerca di rendere comprensibili
i problemi, creando nel lettore una nuova tensione intellettuale, un
atteggiamento positivo nei confronti dello sviluppo della riflessione. In
Platone,dunque, il mito ha una doppia funzione: strumento e mezzo. Come
strumento è una escogitazione didattico-espositiva in quanto Platone ne fa uso
per comunicare in maniera più accessibile e intuitiva le sue dottrine. In
qualità di mezzo,invece,il filosofo si serve del mito per superare i limiti cui
un’indagine razionale non può superare. In altre parole Platone fa uso del mito
come "via alternativa" al solo pensiero filosofico.
Il
mito dunque presenta con un’unità armonica argomenti che non potrebbero essere
esposti altrimenti e al contempo diventa strumento di verità. I racconti mitici
platonici toccano le questioni fondamentali dell’esistenza umana, come la
morte, l’immortalità dell’anima, la conoscenza, l’origine del mondo, e le
collegano strettamente ai temi e ai discorsi logico-critici, a cui il filosofo
affida il compito di produrre una conoscenza e una rappresentazione vere della
realtà. Talvolta i miti appaiono con un approccio alla ricerca effettuato per
vie differenti da quelle praticabili con la sola ragione e si sostituiscono ai
discorsi razionali, quando questi risultano insufficienti. Il mito è pertanto
un espediente narrativo e contemporaneamente il momento in cui Platone esprime
la bellezza della verità filosofica, in cui essa si manifesta anche in immagini
e figure sensibili.
I
sedici miti che si riscontrano nell’opera platonica sono:
- Mito di Epimeteo e Prometeo
- Mito di Aristofane o
dell’androgino - Mito della nascita dell’amore
- Mito del carro e dell’auriga
- Mito della reminiscenza
- Mito della caverna
- Mistero dell’amore
- Mito della sentenza finale
- Mito della distribuzione delle
pene - Mito di
Er il Panfilio - Mito del Demiurgo
- Mito dei cicli inversi
- Mito di Atlantide
- Mito di Gige
- Mito delle cicale
- Mito di Theuth
Su che cosa si fondano, e che
rapporto hanno le idee con gli oggetti della conoscenza sensibile? La risposta
a questa domanda costituisce la cosiddetta ontologia
platonica.
Il
testo fondativo di questo aspetto del pensiero platonico è senza dubbio il
celebre "mito della caverna" del libro VII de La Repubblica.
In esso, il mondo sensibile è dato come immagine evanescente e imperfetta del mondo
delle idee, inteso invece come "mondo vero" e fondamento di tutto
ciò che è. Platone stesso fornisce l’interpretazione
dell’allegoria: lo schiavo che viene liberato dalla caverna rappresenta
l’anima, che si libera dai vincoli corporei mediante la conoscenza. Le cose del
mondo esterno rappresentano le idee, mentre gli oggetti nella caverna (e le
immagini di essi proiettate sulla parete) non sono che le loro copie
imperfette. Il sole, che permette di riconoscere l’aspetto vero della realtà, è
simbolo dell’idea del bene, l’idea suprema in vista di cui l’intero
mondo delle idee è costituito e al quale essa conferisce la sua unità.
Una conferma di tale impostazione ontologica del reale è data nel mito narrato
nel dialogo Fedro, attraverso l’immagine della faticosa salita dell’anima al
mondo iperuranio
delle idee, così descritte: «essenze incolori, informi e intangibili,
contemplabili solo dall’intelletto (…) essenze che sono scaturigine della
vera scienza».
L’ontologia
platonica si presenta dunque come "dualistica", comprensiva cioè di
due piani concettuali, quello delle cose (gli enti) e quello delle idee, tra i
quali tuttavia esiste una differenza ontologica, cioè incolmabile e
costitutiva della loro stessa natura. L’unico rapporto possibile tra il piano
delle cose e quello delle idee è quello "mimetico": ogni realtà
sensibile (ente) ha il suo modello (eidos) nel mondo
intelligibile. L’unico "salto" possibile tra i due livelli è quello
che può compiere l’anima, elevandosi attraverso la conoscenza dall’esistenza
materiale a quella intellettuale. Platone si rifà alla concezione orfica pitagorica
dell’anima, ove questa infatti è scissa in due parti: la prima, mortale, che
muore insieme al corpo, e la seconda, immortale, che secondo Pitagora si
reincarna in altri corpi. Secondo Platone essa contempla le idee nella loro
perfezione prima di ridiscendere e restare così "intrappolata" in un
altro corpo.
Ontologia e dialettica
Come
conciliare la differenza tra mondo sensibile e intelligibile e tuttavia la loro
corrispondenza? Come partecipano tra loro i due piani della realtà? A queste
domande è chiamata a rispondere la dialettica.
Il
problema è legato storicamente alla presenza nell’Accademia di Aristotele,
durante gli anni della tarda maturità platonica. È infatti presumibile che da
un certo momento la critica aristotelica all’"ontologia della
differenza" abbia costretto il vecchio maestro a rivedere criticamente le
sue originali concezioni in funzione di un maggior "realismo" logico
della teoria delle idee. In sostanza, la domanda è: se il mondo delle idee e
quello empirico si contrappongono – essere e non-essere – che senso ha porre
l’idea come causa della realtà apparente? Non sarebbe più coerente
concludere che esiste solo il mondo delle idee, riducendo il mondo delle cose a
pura illusione?
La
prima soluzione che Platone aveva cercato a questa aporia era stata la
teoria della partecipazione (mèthexis): le cose particolari
parteciperebbero dell’idea corrispondente. In una seconda fase, il filosofo
aveva proposto la teoria dell’imitazione (mimesis), secondo la
quale le cose sono imitazioni della loro idea. Ma entrambe le risposte
mantenevano aperte molte e complesse contraddizioni di carattere logico.
In una terza fase, Platone mette in discussione una delle basi parmenidee
della sua ontologia, quella della immobilità dell’essere: il mondo delle
idee assume l’aspetto di un sistema complesso, in cui trovano posto i concetti
di diversità e molteplicità. Più che di una contrapposizione tra
idea e realtà, entra in gioco il principio della divisione (diairesis)
del mondo intelligibile, che consente di collegare dialetticamente ogni
realtà empirica al suo principio sommo. Ciascuna idea si articola con quelle ad
essa subordinate (più particolari) e sovraordinate (più generali), secondo
regole dialettiche di somiglianza e comunanza (generi, specie). In questa
ipotesi teorica entra in gioco la possibilità dell’errore: esso consiste nella
determinazione di connessioni arbitrarie tra generi e specie. Inoltre, viene
profondamente modificato il concetto stesso di "non-essere": esso non
è più il "nulla", ma viene a costituirsi come il "diverso",
un’altra modalità dell’essere. La diairesi non elimina, naturalmente, il
carattere trascendente delle idee, ma avvicina maggiormente il metodo
dialettico alle possibilità conoscitive del metodo scientifico.
Nel
Sofista
Platone colloca 5 generi sommi (essere, identico, diverso, stasi e movimento) a
cui tutte le idee possono essere subordinate, e il conciliare unità,
molteplicità, staticità e movimento è detto rapporto di comunanza (koinonìa)
Un
problema piuttosto grande che s’incontra studiando gli ultimi dialoghi di
Platone (Parmenide, Sofista, Teeteto) è la
definizione di dialettica che Platone non dà mai. Nella Repubblica Platone ne parla come il
metodo più efficace per raggiungere la verità. Nel Fedro si trova che la
dialettica è un “processo di unificazione e moltiplicazione”: partendo
cioè da un’analisi di certi fenomeni, si tratta di unificarli sotto un unico genere.
All’opposto la dialettica si occupa anche di dividere un genere in tutte le specie che
comprende sotto di sé. Possiamo forse dire che l’Idea è di fatto una unità
del molteplice, che racchiude ed assume in sé la caratteristica principale
propria di alcuni esseri (basta pensare all’idea del bello che unifica tutte le
varie cose belle).
Nel
Parmenide Platone dà una dimostrazione di
come lavora la dialettica all’interno del discorso: si tratta di trovare tutte
le risposte possibili ad una domanda; poi, con un procedimento
falsificatorio, si procederà nel confutare ad una ad una le risposte date,
sulla base di certi principi; la risposta che non è falsificata dal
procedimento è meno confutabile delle altre e dunque è più vera della altre
(mai vera in senso assoluto). Si potrebbe obiettare a questo punto che tale
applicazione della dialettica non corrisponde alla pseudo-definizione datane da
Platone nel Fedro. Tale obiezione si rafforza tenendo conto che
nel Filebo, Platone mescola
ancora una volta le carte in tavola. Nel dialogo infatti Socrate è impegnato a
definire che cosa sia il piacere. Anzitutto i piaceri sono tanti oppure è solo
uno? Filebo non sa rispondere, ed allora Socrate pronuncia la famosa frase
secondo cui i molti sono uno e l’uno è molti.
Che
cosa significa quest’asserzione? Semplicemente ribadisce un principio proprio
delle Idee, ossia quella di essere uniche e perfette, eppure, nel contempo, di
riflettersi nella molteplicità del sensibile. La metodologia più coerente
dell’applicazione della dialettica è quella esposta nel Sofista: si
tratta del metodo dicotomico. All’interno di una domanda si tratta di isolare
il concetto
che si vuole definire; nell’attribuire questo concetto ad una classe più ampia
nella quale siamo certi sia compreso il concetto medesimo; quindi nel
suddividere tale classe in due parti, più piccole, per vedere in quale delle
due sottoclassi è ancora compreso il concetto da trovare, e così via,
suddividendo finché non troviamo più nulla da dividere e, dunque, la
definizione trovata è proprio quella del concetto che volevamo spiegare. Pur
presentandosi come scienza (epistème), la dialettica, è bene
ribadirlo, è solo un procedimento rigoroso, che però non riesce mai ad
arrivare alla verità (sempre per il fatto che si serve dei lògoi). Si può
dire allora che la scienza presentata da Platone non è certo quella di
Aristotele, per mezzo della quale, secondo lo Stagirita, è possibile
raggiungere con l’intelletto la realtà dei principi primi.