SEQUESTRATO (CON FACOLTA’ D’USO) L’OLEIFICIO DE GRANDI
Secondo il titolare dell’inchiesta, il pm Francesco Bretone, De Grandi avrebbe riciclato nell’azienda il denaro provento delle presunte tangenti che il funzionario avrebbe preso per concedere finanziamenti destinati ai consorzi turistici agli imprenditori Valter Sisto e Francesco Morrone.
Secondo le indagini della Guardia di finanza “non avendo altre fonti di reddito, il De Grandi doveva necessariamente procurarsi il danaro contante dalla sua attività illecita (presunte tangenti, ndr). La disponibilità del contante – scrive il pm nell’atto di sequestro – è dimostrata dall’acquisto” di due macchine e di una casa. “Ma dove l’apporto di denaro contante si fa imponente è nella realizzazione del frantoio oleario in capo all’impresa individuale del figlio De Grandi Vito dove risultano investiti ben 542mila euro”.
Dagli accertamenti della Gdf, è emerso, infatti, che il costo complessivo delle spese per il progetto per la realizzazione del frantoio ammonta a 924mila euro, per le quali ha ricevuto un finanziamento dalla Regione Puglia di 381mila 859 euro. Per le Fiamme gialle, quindi, “l’ammontare in contanti investito nel frantoio ammonta a circa 542mila euro (…) di questi non trova alcuna giustificazione nella documentazione bancaria acquisita”. Su questo punto, lo stesso Vito De Grandi, interrogato dal pm Bretone, ha detto che i soldi li ha presi “dalla mia attività, parte da aiuti di mia moglie e di mio suocero e di mio padre e di due miei zii”.
Nel verbale di interrogatorio del 25 ottobre scorso, poi, Vito De Grandi “non riusciva a dare alcuna spiegazione credibile – spiega il pm – della provenienza del denaro contante depositato continuamente sul suo conto corrente, sostenendo che lo stesso provenisse dalla sua attività in nero”.
I risultati investigativi però sono stati parzialmente smentiti dalla consulenza tecnica difensiva la quale è riuscita a provare che il denaro contante depositato nei conti correnti bancari tra il 2006 e il 2008 era di 242mila euro. Ma sulla restante parte dei 542mila euro non avrebbe saputo fornire una risposta convincente al pm.
In sostanza, “Vito De Grandi non ha saputo giustificare la provenienza di danaro contante versato sul conto corrente in modo continuato (l’attività agricola è spesso stagionale) né può essere una giustificazione quella dell’attività in nero, poiché la legge “richiede che il possessore del bene giustifichi la sua provenienza lecita e non illecita (quale sarebbe l’attività in nero)”.
Per questi motivi, “si ritiene – conclude il pm – che Francesco De Grandi abbia fatto confluire la maggior parte dei guadagni provenienti dalle sue attività illecite nell’impresa individuale del figlio che pertanto risponde del reato di riciclaggio”.
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