Dei cavalieri, dei giganti e delle lacrime degli osti

Ci è capitato di rileggere il Morgante di Luigi Pulci, poema del Quattrocento che narra le vicende dei paladini di Carlo Magno e del “savio e famoso” Orlando e di restar sorpresi nel vedere quanto, le opere studiate con fatica a scuola, appaiano scritte con una chiaroveggenza tale da metterci davanti agli occhi il nostro presente.
Tutto inizia nell’ambiente della corte cristiana, un luogo elevato e prezioso in virtù del grande onore e della gentilezza dei suoi membri. Ma poiché nessun luogo è perfetto, Orlando deve affrontare la diffamazione che il meschino Gano opera alle sue spalle. Orlando, edotto delle false accuse rivoltegli, vorrebbe ammazzare il traditore, ma è fermato dagli altri. Orlando è infuriato sia perché è stato disonorato, sia perché Carlo ha dato credito a quelle falsità.
Cosa resta da fare, allora, ad un grande paladino?
I lettori più scaltri diranno: “prendere tutta la lista dei suoi compagni e portarla via con sé, così che Carlo non sappia più, rincitrullito com’è, a chi affidarsi”.
Suvvia, signori, stiamo parlando di onorevoli paladini e di alti valori! Sono uomini con un alto senso della dignità, mica ‘ominicchi’ in cerca di ‘legittimi impedimenti’ da accampare finché tutto non verrà archiviato e prescritto! Orlando lo sa quello che va fatto, lui è cavaliere sul serio! Sa che bisogna prendere spada e cavallo e andare a dimostrare che il proprio onore non è mai venuto meno. E dove potrebbe difendere la sua onorevolezza se non sul campo di battaglia?
Nulla a che vedere con i nostri più moderni ‘onorevoli’…
Eppure, col poema, si trovano affinità nella sua parte più fantasiosa e comica, quella dedicata a Morgante e Margutte. Morgante è un gigante (la forza delle misure, dei numeri) che convertitosi al Cristianesimo (senza mai prendere i voti) si affianca all’armata dei paladini e contribuisce alle loro vittorie; Margutte, invece, è un mezzo gigante, parricida, incredibile peccatore (uno da 77 peccati capitali) un ingannatore la cui unica fede è quella nel cibo; uno che potrebbe, per le sue strabilianti doti fagocitatorie, conquistarsi il soprannome di Margutte ‘o fegatiello. Insieme ne combinano di tutti i colori, ma una fra tutte è esemplare. Sono in un’osteria, nel mondo della gente normale. L’oste li accoglie e gli offre un grasso cappone, ma i due appartengono ad una ‘casta’ d’altre pretese e allora, mentre Morgante bastona a dovere il malcapitato oste, Margutte ‘o fegatiello fa razzia di quantità spropositate di cibo, svaligiando e devastando l’intera osteria. L’oste, straziato, non vede l’ora che vadano, perché “hanno mangiato tanto che in un mese/ non mangerà tutto questo paese”.
Quante somiglianze con l’oggi, dalla Lombardia al Lazio alle amministrazioni d’ogni dove in Italia… e quanto realistica e poco retorica suonerebbe ai giorni nostri l’iperbole dell’oste.
Come si può non rivedere la tavola che noi, piccoli osti, abbiamo imbandito ai nostri 20, 40, 315 o 630 giganti e mezzi giganti (o ominicchi e quaquaraquà) di turno, continuando, senza aver imparato nulla nemmeno dalla letteratura, ad aspettare le ‘mazzate’ con cui pagheranno, sulla nostra schiena, il conto del loro lauto pasto?
Nel Morgante queste storie erano fantasie, invenzioni bizzarre e grottesche atte a suscitare il riso… noi, invece, abbiamo permesso, a nostre spese, che diventassero realtà e abbiamo reso ‘cavalieri’ i ‘birbanti’.
Che nostalgia di Orlando e del suo onore, mentre a noi tocca guardare quotidianamente ben altra schiatta di ‘cavalieri’: che di pelle in gioco, se ne mettono una, è la nostra; che l’onore (se ne hanno mai avuto uno), l’hanno lasciato sul letto di qualche hotel o in un caveau privato; che anziché mostrar l’onore sul campo di battaglia, come mocciosi fuggono portando via il pallone per togliere il gioco a tutti.
Povero Orlando, che amarezza se vedesse i giorni nostri e la loro tempra e come piangerebbe disperato!… ma noi, Noi, abbiamo ancora soltanto lacrime rassegnate e schiene forti? Oppure, avendo visto tante grottesche realtà, siamo finalmente riusciti a realizzare che cittadini, incoscienti, si nasce, ma uomini, consapevoli e maturi, si diventa?