IDV: “I MOTIVI DELL’INVITO A GENCHI”

Seconda parte del comunicato che l’Italia dei Valori di Cassano ha stilato dopo l’incontro con Gioacchino Genchi a Cassano che abbiamo ricevuto e pubblichiamo integralmente.
Crediamo che nessuna testata locale abbia trattato in maniera pagante l’intervento del dott. Genchi, ma obiettivo del nostro incontro non era solo rendere omaggio ad un uomo coraggioso ma, in particolare, portare alla luce fatti che facilmente prendono la via della censura.
PERCHE’ IL CASO GENCHI
“Definito da Berlusconi lo scandalo più grave della storia della Repubblica, proprio lui che di scandali se ne intende”, cosi introduce il dott. Genchi e in maniera vaga lascerà intendere che poteri occulti dall’alto tentano d’incastrarlo e delegittimarlo.
Forse perché la sua consulenza è determinante per la condanna di Cuffaro, Dell’Utri, carabinieri collusi con la mafia (svelavano segreti sui posizionamenti delle microspie) nonché per l’individuazione di talpe alla procura di Palermo o probabilmente perché, collaborando con De Magistris, incrociò le collusioni della Calabria con politica, criminalità, servizi segreti, massoneria, ecc.
Strano a dirsi ma, con l’avvio d’ inchieste che fecero tremare il mondo politico, De Magistris subisce accuse da potenti come Mastella e, di conseguenza, ridondano anche su Genchi, considerato scomodo testimone e capace di descrivere a memoria tutte le verità scovate.
“Difficile negare l’esistenza di una sinergia fra destra e sinistra del malaffare, che porta sullo stesso piano Mastella, Berlusconi, Rutelli, ecc., e, quando in Parlamento il ministro Alfano e Rutelli, pronunciarono l’atto d’accusa contro Genchi, Pd, e Pdl, nonostante le apparenti contrapposizioni, si battevano le mani a vicenda”.
Per via dello scandalo, Genchi subisce perquisizioni nella sua casa, in quella dei figli, in campagna, nell’ufficio delle pulizie, ma per cercare cosa? Il tabulato telefonico di Mastella acquisito. Questo è il grave delitto?
Si trattava, invece, di una scheda della camera dei deputati e non era la prima volta che ispezionava in questo settore da cui in passato partì un’indagine dalla procura di Roma su uno spacciatore di droga, che terminò con l’arresto di oltre 50 persone, tutte condannate, ma che, nelle memorie del cell., aveva annotato Pellegrino Mastella (figlio di Clemente).
Si evidenzia che da questa indagine, Genchi intravede anche la collusione del carabiniere Carlo Tagliente coinvolto recentemente nello scandalo Marrazzo. Si tratta dell’ennesima prova della sua innocenza su fatti che il consulente informatico segnalava da oltre un anno e mezzo, ma, purtroppo, egli è reo di aver osato indagare su Mastella e signora.
MAFIA/STATO: LA VERITA’ NASCOSTA
Vige sinergia fra Stato e antistato dove si cela la lotta alla mafia con arresti eccellenti, conferenze stampa, fiction televisive e autocelebrazioni. Un mafioso viene consegnato alla giustizia solo quando è l’organizzazione a deciderlo e ciò è riscontrabile nelle ultime dichiarazioni dei pentiti che evidenziano l’accordo tra Stato e Bernardo Provenzano, per l’arresto di Totò Riina.
Appare strana anche la circostanza dell’omessa perquisizione di casa Riina da parte di quel capitano Ultimo tanto elogiato dalle fiction televisive, ma che fu così solerte nell’ispezionare anche la casa di Genchi.
Provenzano, latitante per 40 anni, si nascondeva a Corleone, a 600 metri da casa sua e l’hanno arrestato seguendo un pacco delle mutande. “Credete che Provenzano abbia cambiato le mutande per la prima volta proprio quando seguirono il pacco?”Chiosa ironicamente il dott. Genchi tra l’ilarità generale.
PERCHE’ LE STRAGI DI CAPACI E VIA D’AMELIO
Nel 1991 il sistema politico italiano stava esplodendo a causa di un pool di magistrati tra cui Antonio Di Pietro, che indagava su un giro di tangenti scoperto con la flagrante scena di Mario Chiesa che invano tenta di liberarsi delle banconote del delitto, smaltendole nel water.
Era l’inizio di “mani pulite”, quando si giunge persino a scovare misteri sull’allora capo del governo Bettino Craxi che si tradurrà nella scoperta di un sistema dove la differenza di partiti era nulla, lasciando emergere una verità politica basata su illeciti e tangenti.
Quando codesto sistema inizio a vacillare, automaticamente crollarono quei referenti di mafia, sicuri che i politici gli avrebbero sempre evitato l’ergastolo.
PERCHE’ LA MAFIA UCCIDE GIOVANNI FALCONE
Genchi dirà:“Falcone capisce il disegno della mafia e intercetta questo accordo in cassazione tra politici e mafiosi e così a Palermo alcuni colleghi iniziano ad emarginarlo, gli stessi che oggi sono parlamentari nel nome dell’antimafia, gente che tiene nelle loro stanze la foto di Falcone e Borsellino e che quando erano in vita gli avevano tolto il saluto. Ve lo dice chi ha sviluppato i tabulati telefonici, analizzato diari e agende di Falcone e sa quali erano gli amici e i suoi incontri, come di quei nemici che non lo elessero al consiglio superiore della magistratura, o gli amici che lo hanno bocciato alla nomina di consigliere istruttore di Palermo a capo del pool antimafia, preferendogli Mei che congelò tutte le indagini contro la mafia”.
Inoltre Falcone intuisce anche il grande inganno sulla reale mafiosità di Andreotti ed intuisce che, al contrario di quanto si pensi, egli non ha legami con Riina, il quale, nella guerra di mafia era l’antitesi degli amici del senatore a vita: Bontade, Inzerillo, la strage di viale Lazio, ecc.
“Ma nel processo Andreotti, i ROS portano false prove del bacio a Riina che erano 2 cose completamente diverse e che difatti lo salvarono dalla condanna”.
Nel gennaio 1991 la Corte di Cassazione rimette in libertà tutti i mafiosi, ma il timore di una carneficina spinge il governo presieduto da Andreotti e il ministro dell’interno Scotti, ad intervenire, promettendo un decreto d’urgenza.
Genchi, ricorda l’arresto di Michele Greco ed i suoi amici senza nessuna legge d’autorizzazione e con la banale scusante della notifica, “attendemmo 3/4 ore affinché il consiglio dei ministri dopo varie resistenze portasse a termine il decreto di cattura, facendoci tirare un sospiro di sollievo”.
Questo insieme di fatti portò alla vendetta e Scotti, dopo il ’92, non riuscì a confermare il suo ministero a cui successe Nicola Mancino (famoso per la trattativa Stato/Mafia).
Si temeva che Falcone potesse andare oltre e fu così che decisero di eliminarlo, ma ancora oggi appaiono strane le coincidenze relative alla strage di Capaci e alla tempistica dell’azionamento del telecomando d’esplosione. Nei tabulati compaiono chiamate di collegamento tra Roma e Palermo dal quale emerge come l’esito dell’avvenuto attentato si conosceva ancor prima che la stampa potesse diffondere la notizia.
Destano rabbia e scalpore le parole di Genchi, quando racconta del computer manomesso di Falcone all’indomani della sua morte e difatti scopre che in quella stanza che sarebbe dovuta essere sotto sorveglianza, qualcuno è riuscito a curiosare e cancellare un file importantissimo. Tale avvenimento è dimostrabile dal file con formato .bak (file di back up) rilevato da indagini successive.
LA TRAGICA FINE DI MANUELA LOI E PAOLO BORSELLINO
Il giorno dopo la strage di Capaci, Paolo Borsellino inizia un’avventura molto pericolosa, scaraventandosi oltre quella porta che il potere vorrebbe sempre tener celata.
Borsellino prosegue rapidamente il lavoro troncato violentemente a Falcone e interroga il pentito Gaspare Mutolo, giungendo a conoscenza d’indizi molto intriganti riguardanti persone poco sospette.
Il magistrato sa di avere le ore contate, l’organizzazione ha deciso la sua morte, ma non molla, lavora giorno e notte, deve fare in fretta, e vuole scoprire i particolari riguardanti la morte del suo amico Falcone.
Non ce la farà, in via D’Amelio lo attende una trappola che troncherà anche la vita degli uomini della scorta.
Quando Genchi giunge sul posto dell’attentato lo spettacolo è spaventoso, ricorda il tronco ancora bruciante di Borsellino e di una chioma bionda che vede cadere dall’alto di un balcone.
Quando il consulente informatico alza lo sguardo trova un viso lentigginoso ancora attaccato all’intonaco, riconosce la sua collega, Emanuela Loi, membro della scorta del giudice.
La ragazza si sarebbe sposata qualche giorno dopo, ma il suo spirito di servizio verso uno Stato ingrato, risulterà mortale. Utilizzarono una bara enorme per il suo funerale, ma sarebbe bastata una scatola di scarpe per racchiudere un corpo ormai sbriciolato. Ma non è finita, il corpo viene trasferito in Sardegna mediante volo di Stato, ma….il Governo chiederà il conto, e la famiglia sarà costretta a chiedere un mutuo per rimediare le spese.
Sale la rabbia di Genchi e giudica intollerante una richiesta simile, verso una ragazza che serviva con onore lo Stato, “ aveva la colpa di non essere una “puttana” per potersi garantire un volo di Stato gratuito” (alias lo scandalo rosa di Berlusconi, riguardo strani spostamenti verso villa Certosa).
Altri misteri sopraggiungono dalla strage di via D’Amelio, ma Borsellino lascia un’eredità pesante, tramandata su quell’agenda rossa di cui si sono perse le tracce.
Nulla però è ancora perduto, le indagini di Genchi mediante tabulati telefonici, scovano inquietanti retroscena riguardo il castello Utveggio, lo stesso da cui Borsellino confidava a sua moglie di sentirsi spiato.
Le sorprese però non finiscono mai, difatti si scopre che l’esplosivo utilizzato per le due stragi non fu il tritolo, solitamente utilizzato dalla mafia perché facilmente reperibile, ma il semtex, materiale posseduto solo dagli eserciti.
Per maggiori approfondimenti è possibile cliccare sui seguenti link e visionare i video del convegno. Per motivi tecnici, ci scusiamo anticipatamente per l’ultima parte mancante, causata da una non idonea strumentazione.