Attualità

Quei fili spezzati di una comunità

festa patronale 2013

Non è facile salire su un treno in corsa. Se poi quel treno si chiama “Comitato Festa Patronale” la cosa diventa assai più difficile: “come la fai e fai, sembra che sbagli sempre”, diceva un vecchio Presidente dello stesso.

Onore, dunque, al Presidente delegato del Comitato Damiano Baldassarre che dopo la morte assurda e improvvisa di Saverio Viapiano si è assunto l’onere di guidare il Comitato e organizzare la Festa Patronale con appena due mesi di tempo e sapendo di ereditare una credibilità e una stima generalizzata qual’era quella nei confronti di Viapiano.

I risultati – almeno per quel che riguarda la prima giornata di Festa – sono senz’altro positivi, atteso il periodo che stiamo vivendo (di crisi economica e di smarrimento sociale generalizzato) e date le condizioni in cui il Comitato e il Presidente si sono trovati ad operare.

Oggi, giorno culminante della Festa, ci sarà la prova del nove ma sicuramente, se le premesse sono quelle di ieri e fatto qualche piccolo aggiustamento, non potrà che riuscire bene.

Ma c’è altro su cui occorre riflettere.

Forse mai a memoria d’uomo la Festa Patronale di Cassano è stata così tormentata, contestata, mal vissuta come quella di quest’anno.

Pensate che in Comune, tra i quartieri, fra gruppi più o meno formali sono state in totale una decina le petizioni avviate da cittadini con le richieste/proteste più disparate. C’era chi non voleva le giostre in un quartiere e c’è stato chi proprio là le pretendeva; c’erano quelli che non volevano che la Fiera del 1° agosto si tenesse in quella zona e quelli che la volevano esattamente là. E via di seguito.

Petizioni, raccolte firme, richieste a volte pretestuose.

Che significano una cosa sola: quei fili invisibili e per questo essenziali che legavano ogni cassanese alla propria comunità sono oramai rotti e solo in pochi, fortunati casi, appaiono sfilacciati.

Lo andiamo ripetendo da anni da queste colonne e da altri mezzi di informazione: Cassano è diventata per tanti, troppi, un luogo dove abitare: senza viverci. Un luogo, cioè, dov’è c’è la propria casa ma non i propri affetti; dove si pagano le tasse e si ricevono servizi ma non dove c’è memoria né tradizione. Un non luogo, estraneo quanto basta per dire “ci sono stato, ma non è casa mia”.

Queste circostanze possono far sorridere chi vive a pochi chilometri da Cassano ma dovrebbero far piangere i cassanesi. Provate a far mettere in discussione qualche aspetto della Festa di sant’Erasmo ad un santermano o a dissentire rispetto alle scelte per quel che riguarda la Madonna di Costantinopoli ad un acquavivese. Vi guaderanno dall’alto in basso, disdegnandovi anche di una parola. Perché per loro quella festa è sacra e non solo dal punto di vista religioso ma nel segno di una comunità. Sono giornate in cui essa si ritrova e si riconosce e niente e nessuno può né deve toccarle.

A Cassano questo “lusso”, invece, ce lo possiamo permettere.

Magari gente che è venuta ad abitare in questo paese da qualche anno, ha l’ardire di mettere i propri interessi (legittimi certo ma particolari e dunque personali) al di sopra è al di là di quelli comuni, generali. Senza vergogna, magari vantandosene.

E il bello è che c’è chi lascia fare: ma non da oggi, da anni.

Il risultato è che il momento tanto atteso – una volta – dai cassanesi (intesi come coloro che in questa comunità ci si ritrovano ancora) viene vissuto da tanti come un fastidioso gorgo di polemiche, di veti, di ripicche.

Così a perdere siamo tutti.

Occorre che lo si capisca e che si torni a fare qualcosa per invertire la tendenza, prima che sia troppo tardi.

 

Fotografia di Raffaele Fiantanese

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